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Reyer a Vicenza, la storia di un palasport mitico

reyer vicenza

di Roberto Pellizzaro*

Ci voleva la Federazione Italiana Pallacanestro per portare a Vicenza il grande basket. A metà degli anni Sessanta alle squadre di serie A maschile la FIP consentì di tesserare un giocatore straniero. Tra questi il campione: Doug Moe, Petrarca Padova, un fenomeno di tecnica che insegnò il basket a tutti coloro che, in tempi non televisivi, ebbero la gioia di vederlo giocare. Inoltre le squadre che partecipavano alle coppe potevano tesserarne un secondo. Il Simmenthal di Cesare Rubini nel 1966, l’Ignis di Aza Nikolic nel 1970 centrarono la conquista della Coppa dei Campioni. Sull’onda di questi successi straordinari, propedeutici al boom del ventennio Settanta-Novanta, la FIP stabilì che la pallacanestro doveva uscire dalle palestre raccogliticce e dai vari palazzettini d’accatto. Si vuole diventare il secondo sport nazionale? Ogni società di serie A dovrà dotarsi di un palasport dalla capienza minima di 3500 spettatori: a quei tempi una vera rivoluzione copernicana. Per coincidenza fortunata, nel dicembre 1972 fu inaugurato a Vicenza il Palazzetto dello Sport con un primato: Vicenza era la prima città del Veneto a fornirsi di un Palasport. Padova Venezia Treviso Verona ne erano sprovviste. La Reyer Canon Venezia, che giocava nella mitica angusta Misericordia (ma non più mitica della Basilica Palladiana!), venne così a disputare le sue partite a Vicenza e il Duco Mestre a Castelfranco. Per amore di verità nè Vicenza nè tantomeno Castelfranco arrivavano ai 3500. Ma allora come oggi, l’interpretazione delle regole sa essere ondivaga: prevalse sui numeri il buon senso. Il Palasport di Vicenza era ed è un autentico gioiellino con un neo che verrà pagato caramente, come si capirà leggendo avanti. Era il 1973 e la Reyer giocò a Vicenza 2 campionati. Il primo fu sontuoso e deliziò i numerosissimi neotifosi vicentini, non avvezzi a cotanto spettacolo. La squadra del presidente Lelli, del gm De Respinis, di Tonino Zorzi e Lucio Cescato allenatori arrivò quarta presentando uno dei più forti giocatori americani di sempre: Steve Hawes. Attorno a lui un team giovane dove spiccava il talentuoso ventenne Lorenzo Carraro, play tiratore grintoso e veloce dai garretti di tritolo e dalla testa sopraffina. Nel jump era stupefacente: lui saliva saliva, gli avversari scendevano; finirà dritto in nazionale, prototipo della guardia del futuro. In formazione Waldi Medeot, tiratore mortifero: sarà l’allenatore del Petrarca avversario della Pallacanestro Vicenza tra il 1992 e il 1994 quando le due squadre prima saliranno insieme in A2, poi lotteranno per salvarsi. E alle prime esperienze Carlo Spillare, diciottenne proveniente dal prolifico vivaio Araceli: diventerà colonna e capitano della squadra quando il nuovo palasport dell’Arsenale riaccoglierà la Reyer a Venezia. Nel 74-75 i lagunari non si ripeteranno classificandosi al decimo posto. L’eccellente Steve Hawes fu sostituito da Bob Christian, un armadione nero di 2.10 cm, fortissimo, solo che una domenica sì e l’altra pure aveva le paturnie e i risultati della squadra ne risentirono. Nell’era reyerina Vicenza fu prescelta per la finale di Coppa Italia. Nella primavera del 1974 sul parquet del palasport si incontrarono Virtus Sinudyne Bologna e Snaidero Udine. Prevalse Bologna, la capitale cestistica d’Italia, da vent’anni a digiuno di trofei, soverchiata da Milano Varese Cantù. La guidava in campo il play Renato Albonico, ex reyerino; in panchina al suo primo anno un giovane sconosciuto americano, Dan Peterson: troverà l’America in Italia. Il 29 aprile 1974 si esibiscono al palasport gli Harlem Globetrotters, in una cornice di pubblico plaudente e divertito. Tutto ciò fece da traino al basket nostrano. Per la maschile è del 1976 la fusione tra Ferroli S.Bonifacio e Pallacanestro Vicenza. Nasce una delle squadre più forti di sempre; sfortunata ad incontrare sulla sua strada due autentiche Potiemkim: Pinti Inox Brescia e Mecap Vigevano. Si dovrà attendere il 1993 per conquistare la serie A2. Beffardo incredibile destino: il palasport, che aveva ospitato vent’anni prima per la sua capienza la Reyer, causa norme rese nel tempo più severe, era omologato per 2000 spettatori, diventando inadeguato per i nuovi tempi. La società vicentina fu costretta all’esilio a Bassano; poi la relegazione in un Circo ai Pomari: impianto imbarazzante e deprimente, più adatto a trapezisti ed equilibristi: ci pioveva dentro. Un “palasport” di 3500 posti, ma privo di agibilità, in cui si giocava ogni domenica con deroga dell’Amministrazione. Risultato: retrocessione. Esito stratosferico invece per la pallacanestro femminile. Nel 1980 approda da patron Concato il marchio Zolu, poi Fiorella e Primigi. Intercorsero anni leggendari: 7 scudetti e 5 coppe Europa più innumerevoli titoli giovanili. Il palasport di Vicenza, a proposito, perchè storpiarne il nome con una denominazione brutta e non vera? Non suona bene il corretto palasport di Vicenza? Il palasport- dicevo- in almeno due occasioni superò se stesso. Fu messo a dura prova in primis il 13 maggio 1981, finale scudetto Zolu-Pagnossin. Una marea di gente: 3500-600-700… Vinse Treviso, ma tutti capirono che per i prossimi anni non ce ne sarebbe stato più per nessuno. Ancor più il 23 maggio 1993, finale per la A2 tra Vicenza e Ragusa, dopo un fantastico campionato condotto sempre in testa. Fu vittoria netta; il muro di pubblico- 4000-5000?- che stipò il palasport in ogni angolo ripostiglio pertugio, complici Siae e polizia che chiusero gli occhi, fu la dimostrazione della passione di tutta una città che volle trascinare la sua squadra alla vittoria. Ricordi da brivido che fanno fremere ancor oggi di stupefazione e commozione: un auspicio per maschi e donne a campionati imminenti. Oggi restaurato il vecchio glorioso palasport di via Goldoni è tornato a risplendere, ma la sua agibilità è fissata a 1600; troppi spazi sprecati dietro ai canestri, insufficienti le uscite di sicurezza: ecco il peccato d’origine. I palasport del Veneto sorti dopo sono magari meno belli, ma più capienti e concreti. Ringraziando Vittorio Gastaldello organizzatore del match, desidero ricordare l’amico che avrebbe potuto scrivere quest’articolo al posto mio. Maurizio Casarotto, general manager indimenticabile, ci ha lasciato da tre anni. A te Mau l’onore dell’ultimo tiro.

*ex giocatore, allenatore e dirigente della pallacanestro a Vicenza, oltre che professore e scrittore

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