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Kathrin Ress sogna Cata Pollini su la Repubblica

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Sabato è arrivata la cocente delusione dell’addio al sogno qualificazione ai Mondiali, con la beffa di un fallo antisportivo inesistente fischiato a pochi secondi dalla fine che ha deciso la gara e lasciato un misto di rabbia, incredulità e amarezza tra i tifosi e nella spedizione azzurra.
Un fallo fischiato dall’unico direttore di gara maschio della terna arbitrale scelta dalla Fiba per il delicato spareggio tra Italia e Lettonia. Fischi arbitrali che in questi Europei avevano già penalizzato le azzure anche nel finale contro la Turchia e nella gomitata che ha fratturato la mandibola a Chicca Macchi.
Ma il basket italiano, soprattutto quello femminile, può consolarsi e sorridere dopo una settimana trascorsa sotto i riflettori mediatici nazionali, grazie alle tante storie e sorprese regalate della finale scudetto maschile e della Nazionale donne protagonista all’Europeo.
Un comune denominatore delle due competizioni messo in risalto la scorsa settimana da un articolo del quotidiano più letto in Italia, la Repubblica, con un’intevista a tutta pagina ai fratelli Ress: Tomas Ress trionfatore con l’Umana Reyer Venezia e arrivato a 8 scudetti personali, Kathrin Ress da 8 anni con la maglia del Famila Schio (qui le news) e centro titolare all’ Europeo, dove sotto i tabelloni ha contribuito con buone prestazioni a portare la squadra ai quarti di finale.
Nell’articolo la cognata di Anna Zimerle (con suo fratello ha già avuto anche un figlio) ricorda un “monumento” del basket europeo, la vicentina Cata Pollini, argento europeo in Nazionale 22 anni fa, sempre in Repubblica Ceca, unica medaglia azzurra a livello femminile.
Una medaglia che l’Italia ha vinto anche in questa edizione: quella di far innamorare gli italiani di una squadra giovane, divertente e battagliera.
E che potremo ammirare ancora in futuro.

Cattura

Di seguito il testo completo de la Repubblica:

Salorno, ma nemmeno, la frazione si chiama Pochi, ha tra le sue duecento anime due sportivi che messi l’una sulle spalle dell’altro arrivano quasi a quattro metri, per non parlare degli scudetti. La famiglia Ress ha un albergo, il Grünwald, e non v’è dubbio sul perché: è tutto verde. Allora, in una valle che fa da confine linguistico fra Trentino e Alto Adige, due giocatori di basket, due fratelli, hanno costretto nella notte di martedì papà Gervasio e mamma Margareth a fare furiosamente zapping in tv: da una parte Tomas, il capitano della Reyer Venezia che a Trento si è laureato campione d’Italia, dall’altra Kathrin, centro della nazionale azzurra che negli stessi minuti eliminava l’Ungheria dall’Europeo, e ora sogna di battere il Belgio, oggi alle 12.30, per entrare nelle prime quattro del Vecchio Continente, un risultato che manca da 22 anni. Una famiglia, due storie, dentro ci sono canestri e America, e poi la provincia, ancora lei.
Di Tomas, classe 1980, due metri e undici di orgoglio e dolore al servizio di Venezia, capelli imbiancati nel tempo trascorso di spalle a canestro oppure a stoppare e tirare da tre, come nel decisivo terzo quarto contro Trento, ora a spiccare è il numero degli scudetti vinti. «Sono otto, il primo giovanissimo alla Virtus Bologna, poi i tanti a Siena e questo incredibile, insperato, meritatissimo». Ne ha vinti otto come il suo ex capitano Marco Carraretto. Davanti a loro due i soli Meneghin (12), Gamba (10), Pieri e Riminucci (9). Ma Tomas Ress da ieri è anche il terzo giocatore di sempre, dopo Galanda e Jaric, a vincere almeno uno scudetto con tre squadre diverse. «C’è da essere orgogliosi, è bello fermarsi a pensare ai giorni passati, agli acciacchi. Da un paio d’anni ho dolori atroci alla colonna vertebrale, mi sono operato e i medici mi hanno detto che “è per tornare a una vita normale”, dando per scontato che non sarei mai tornato a giocare a basket, e invece eccoci, a sputare l’anima, ma poi arrivano serate così». Un passato di college alla Texas A&M, la stessa strada aerea seguita da Kathrin, classe ’85, 1,91 cm, quattro anni accademici a Boston, prima della chiamata della Wnba con le Minnesota Linx: «Intuizione di papà, il basket, anche se la sportiva di famiglia è mamma, gran camminatrice sulle nostre montagne. Ci hanno spinto, viste le nostre “misure” ad andare a canestro, io ho iniziato a 11 anni. Mio fratello ha vinto sei scudetti più di me, e contro Trento è stato fantastico. Ora noi azzurre proviamo a fare la storia, vorremmo tornare a giocare un Mondiale dopo più di vent’anni dall’ultima volta, e poi andare sul podio sarebbe un sogno, non è successo tante volte. Ma soprattutto stiamo mettendo il cuore in questo Europeo, stiamo combattendo con una grinta enorme». Il suo mito è Cata Pollini, la vicentina prima tra le giocatrici italiane a finire nella Wnba, «e poi ho giocato anche a livello di college contro Diana Taurasi, il mito assoluto del basket Usa, una sorta di Jordan al femminile: da brividi».
Tomas ha due figli, vive accanto al Taliercio, ha una passione per i cruciverba, è il giocatore con più presenze nei playoff e nelle finali scudetto della storia del basket italiano e ogni anno, a inizio campionato, dice «questo è l’ultimo», l’ha detto così tante volte che ormai nessuno più gli crede. Ha vinto scudetti come Buffon, anche lui ha vissuto la più lunga striscia mai messa su da una squadra in un campionato italiano, quella della Mens Sana, una storia magnifica finita in tribunale. «Venezia rispetto agli altri scudetti che ho vinto ha il fascino di una prima volta e quello di una città appassionata, così fortemente attaccata ai suoi colori. Sì, sono stato alla Misericordia, pensare che lì si è giocato a basket mette i brividi. Venezia è diversa davvero». Kathrin è mamma di Sebastian, gioca a Schio e la sua finale, quest’anno, l’ha persa contro Lucca. Un buon motivo per continuare a sgomitare sotto le plance, a partire da oggi: «Battere il Belgio è possibile, e si vince con loro difendendo fortissimo. Ci stiamo divertendo e, ci dicono, stiamo divertendo tanta gente davanti alla tv. Questo per noi è fondamentale. Far pensare agli italiani che esiste anche il basket delle donne, farci vedere, farci conoscere. Ma quanto ci piace stare assieme, scherzare. Fare gruppo. E fare gruppo in questo sport è tutto».

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